* L'Europa a tavola fra Medioevo e Rinascimento * Il biscotto delle monache o di Popiglio * Ad ogni piatto, ad ogni prodotto, ad ogni gusto, il proprio olio extra vergine tipico? * Educazione alimentare, cresce la richiesta di cultura
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Approfondimenti Alimentari............ |
| COMPOSIZIONE | EFFICACE |
| Olio extravergine d'oliva, tuorlo d'uovo e miele | Contro la pelle secca |
| Olio extravergine d'oliva | Contro la pelle grassa |
| Infuso di olio extravergine d'oliva e camomilla | Infiammazioni e arrossamento |
| Olio extravergine d'oliva tiepido | Per sciogliere accavallamenti muscolari |
| Olio extravergine d'oliva e succo di limone | Per rinforzare le unghie fragili |
| Sapone all'olio extravergine d'oliva | Per pelli delicate e screpolate |
| Olio extravergine d'oliva freddo dopo il bagno | Per ammorbidire e tonificare la pelle |
| Olio extravergine d'oliva freddo | Contro la caduta dei capelli |
| Olio extravergine d'oliva e tuorlo d'uovo | Per rinforzare i capelli fragili |
Gli oli d'oliva
L'extravergine deve presentare gusto perfetto e un'acidità inferiore all'1%. E' ottenuto con l'esclusivo utilizzo di mezzi fisici (spremitura). Il vergine, sempre ottenuto con la sola spremitura può presentare un'acidità fino al 2%. L'olio di oliva è ottenuto miscelando oli di oliva raffinati e di oli vergini. L'olio di sansa è invece ottenuto miscelando olio di sansa raffinato (ottenuto con l'impiego di solventi) con oli vergini. ll processo produttivo che conduce l'oliva, come materia prima, fino alla nostra tavola resta un processo fondamentale naturale che, come tale, conserva integri i valori dell'alimento originale. Le tecniche di produzione dell'olio vergine ed extravergine non vanno mai ad incidere sulle caratteristiche del prodotto. La raccolta della drupe, manuale o meccanica, va realizzata nei modi e nei tempi opportuni per rispettare gli andamenti stagionali, nonché le caratteristiche specifiche che si desidera ottenere. Una volta giunte all'oleificio, le olive sono sottoposte a cernita, lavatura e mondatura.
Frangitura e molitura, sono fasi essenziali dell'estrazione dell'olio, processi compiuti con tecniche meccaniche che non prevedono l'utilizzo di sostanze estranee o chimiche: con loro si ha la trasformazione dei frutti in pasta, operazione delicata che può essere decisivo per la qualità dell'olio. E' necessario, infatti, ottenere una buona rottura delle cellule, evitando surriscaldamenti, ossidazione, eccessivo emulsionamento e lasciando ai frammenti le dimensioni idonee al successivo drenaggio della frazione liquida. E' un'operazione meccanica, compiuta dalle tradizionali macine a pietra o a martelli rotanti o a rulli. La gramolatura è una delle fasi successive della preparazione. E' un'operazione complessa e delicata, atta a rompere le emulsioni e facilitare l'operazione successiva che prevede la preparazione della parte solida da quella acquosa. Anche qui il procedimento è di tipo fisico-meccanico e sempre accuratamente controllato.
L'estrazione può avvenire o per pressione o per centrifugazione (metodo moderno). Il senso dell'espressione "prima spremitura", che oggi si usa come indice di qualità, deriva dall'antica usanza di ripetere almeno due volte le operazioni di gramolazione e spremitura a pressione moderata. La separazione dell'olio dalle cosiddette "acque di vegetazione" è l'ultima operazione e avviene o per affioramento spontaneo o attraverso l'uso di macchine centrifughe. Dopo tali operazioni, l'olio extravergine di oliva di qualità deve essere lasciato decantare, quindi travasato e filtrato.
Le cultivar (piante) di olivo più diffuse nella Provincia di Pistoia sono: Frantoio, Larcianese, Leccino, Moraiolo, Morchiaio, Pendolino e Pignolo. I piatti tipici derivati sono: La fettunta, la frantoiana, il pinzimonio, la minestra di pane, la farinata col cavolo, ecc. Non poteva essere nient'altro che un alimento estremamente prezioso per l'uomo se è vero come riporta un'antica leggenda - un giorno spuntarono semi sul monte Tabor che dettero vita, sulla tomba di Adamo, all'ulivo.
Leggenda a parte di fatto è che nel 6.000 a.c. l'ulivo era sicuramente presente nell'Asia minore - qualche secolo più tardi si trovava in Egitto ove orna le tombe dei faraoni quale simbolo di fecondità e vita. Con il codice di Hammurabi nel 1.800 a.c. (che regolava il commercio dell'oro verde) raggiunse l'isola di Creta, Rodi e Cipro. I Greci si sono tramandati un'altra leggenda in base alla quale l'ulivo arrivo in Grecia con Cecrope (fondatore di Atene). Pare che Zeus per quietare la bramosia fra gli dei dell'Olimpo per l'assegnazione della Polis (Atene) inventò una gara: la Polis sarà assegnata a chi porterà il "dono" più utile all'umanità. Fu scelto l'ulivo, preferito addirittura al pozzo di acqua marina di Poseidone. Dalla Grecia a Roma e ai paesi mediterranei, l'ulivo divenne simbolo, alimento, ricchezza. Alcuni storici sostengono comunque che piante di olivo fossero già presenti nella nostra penisola dall'età del bronzo. Era usanza dei nostri contadini e lavoro cui si dedicavano in prevalenza le donne preparare le olive in guazzo o indolcite e le olive al fiasco. Erano scelte le olive più belle e grosse (si sacrificava un po’ d'olio ma valeva la pena) e dopo un paziente e lungo lavoro conservate per l'intero anno; diventavano stupendi stuzzichini e/o contorni a bolliti, umidi e arrosti. Quelle al fiasco erano soprattutto usate per : le milanesi rifatte in inzimino, nel coniglio alla cacciatora ecc.
Olive in guazzo o indolcite
Occorre scegliere olive sane ed integre, non molto mature e sommergere in un contenitore d'acqua. Periodicamente deve essere cambiata l'acqua, nella quale dovrà restare per 40 giorni. Successivamente, le olive dovranno essere poste in una salamoia. Per 10 kg di olive occorre: 700 grammi di sale, 88 grammi di un composto misto (cannella secca, chiodi garofano e coriandoli), acqua quanto basta per coprire le olive. Si fanno bollire le spezie per 5 minuti, si raffredda il liquido e si passa nel recipiente dove sono state messe le olive. Si può aggiungere una buccia d'arancio o foglie di alloro. Dopo 4-5 giorni le olive possono essere pronte.
Olive al fiasco
Occorre scegliere olive sane ed integre, mature si fanno appassire, mettendole in un forno tiepido. Si mettono le olive così preparate, in un fiasco, aggiungendo del sale da cucina, un pesto di aglio e un po’ d'olio extravergine di oliva. Per 5 giorni si rimescola il tutto agitando il fiasco, cercando di scolare l'eventuale acqua scura che si è formata. A questo punto le olive sono pronte.
Questo ad oggi ma quale sarà il futuro prossimo del nostro olio ?
Chi ha la fortuna di saper gustare l'olio "buono" (extravergine di prima spremitura), dovrebbe farlo con rispetto perciò che questo dono della terra rappresenta: la fatica dell'uomo prima di tutto, la fortuna di un territorio prodigo di tale risorsa, la nostra storia. Olio quindi come cultura e componente principale di momenti di forte aggregazione. Dunque da questo cespuglio (perché in realtà l'olivo non è un albero come molti credono) olive ed olio. Le olive continuiamo pure a farle in guazzo e/o al fiasco ma l'olio? Sicuramente in un imminente futuro ci sorprenderà perché: la ricerca della qualità, della armonia dei profumi, dei sapori, l'esaltazione del gusto che sempre più oggi cerchiamo dovrà inevitabilmente portare alla possibilità di scelta di oli diversificati. Solo così potranno essere ottimizzate le pietanze; quindi non solo il giusto abbinamento di vino, ma anche il giusto olio e poi sicuramente anche la giusta acqua.
Trovandosi la Toscana nella collocazione migliore (Italia centrale) per gli oli a parte i fruttati (il cui primato spetta a Sicilia occidentale e Sardegna settentrionale); penso non mancherà né coraggio né volontà per la ricerca di nuovi gusti partendo magari dalle tre migliori varietà presenti sul territorio: leccino, frantoio, pendolino e/o da ibridazione. Per questo la parola e il compito agli esperti. L'importante è ottenere gusti alternativi per esaltare maggiormente le nostre stupende tipicità enogastronomiche. Considerando l'olio proprio dal punto di vista strettamente organolettico evitando l'errore degli "OLI LAMPANTINI" (chimicamente perfetti ma difettati nel gusto).
Alcuni esperti consigliano:
1) raccogliere le olive subito dopo invaiatura;
2) raccogliere le olive cultivar per cultivar;
3) denocciolare prima della frangitura;
4) frangere entro 5 ore dalla raccolta.
Ad ogni piatto, ad ogni prodotto, ad ogni gusto il proprio olio ? Sarà presto così … spero !
Maria Stefania Bardi Tesi
Educazione alimentare, cresce la richiesta di cultura
Negli ultimi cinquanta anni abbiamo assistito ad un profondo cambiamento del costume, del sistema di vita quotidiano, dell'approccio col cibo, con una serie di notevoli mutamenti nelle consuetudini gastronomiche. Ed è sempre più evidente come educazione, cultura e gastronomia, siano tutti elementi che confluiscono in quel grande movimento filosofico e intellettuale che va sotto il nome di "Civiltà della Tavola".
La cultura, nel senso più ampio, si manifesta attraverso varie forme espressive: letteratura, musica, pittura, poesia … ma fra tutte queste manifestazioni artistiche, la gastronomia, assume un particolare valore (potremmo dire, che ha in se per natura, "un valore aggiunto"), in quanto in maniera più incisiva di tutte le altre forme artistiche nasce dalla tradizione, dagli usi e costumi dei popoli, dal substrato sociale nonché culturale.
Mai come oggi questo valore va protetto, salvaguardato e valorizzato; poiché in tempi di così galoppante mondializzazione il pericolo è l'erosione di quella identità storico - culturale che si riflette nelle diversità di cucine tipiche e tradizionali. La cucina, specialmente nella sua più ampia dimensione gastronomica rappresenta uno strumento indispensabile e fondamentale per porre all'attenzione i prodotti, gli alimenti, l'esecuzione gastronomica del territorio e dunque costituisce una duplice ricchezza perché oltre ad essere custode dell'identità di appartenenza rappresenta un valido strumento di promozione territoriale e dunque di ricchezza oltreché culturale, economica.
Bastano questi esempi a far capire che, con inventiva e capacità imprenditoriale, cinque anni fa, ho messo in campo queste idee. Decisi di iniziare a presentare alcuni percorsi didattici per far conoscere alle giovani generazioni un mondo per lo più sconosciuto (realtà rurale) e laboratori artigianali. Nacque così il progetto di educazione agroalimentare ambientale "sapere dai sapori".
Attraverso questa tipologia di attività si compie un'altra importante azione per il territorio e cioè una sua maggiore promozione interagendo su quelle produzioni, prodotti, ed attività "tipiche" e/o delle eccellenze, assolvendo quindi ad una ulteriore incentivazione sociale. Dunque cultura ed economia, in simbiosi l'una funge da forza motrice per l'altra. La storia, la cultura, la civiltà dell'uomo camminano di pari passo con l'arte della cucina. Attraverso il cibo scorre la storia dell'uomo.
Ogni epoca e popolazione è contraddistinta da propri e determinati modelli alimentari, metodi di cucina, e dal prevalere di alcuni cibi su altri. Il conseguente rapporto fra questi elementi ci dà immediatamente l'idea della collocazione geografica, del livello di civiltà e di benessere e ancora, della religione praticata nell'epoca e dalla popolazione presa in esame. Il filosofo Feuebarch ha scritto: "l'uomo è ciò che mangia"; io penso, che l'uomo è anche come si rapporta al cibo che mangia. E' pertanto indispensabile far cadere il pregiudizio che vuole volgare le argomentazioni in tema di cucina.
Primo - perché non è volgare ciò che serve a nutrire l'intelligenza;
Secondo - perché senza cibo non avremmo storia.
L'esigenza odierna di migliorare la qualità della vita ha di conseguenza portato alla rivalutazione e al recupero di tradizioni ed usi culinari, che rischiavano di cadere in disuso, da qui una maggiore e crescente attenzione per la tipicità dei prodotti e della enogastronomia di qualità. Come logica conseguenza assistiamo ad un'evoluzione di turismo che si muove sul territorio con occhio attento alla ricerca delle tipicità, più o meno consapevole di immergersi in percorsi storico - culturali - artistici.
Maria Stefania Bardi Tesi
Dal panico ... il buon pane
E' giunta l'ora di salvaguardare anche l'origine italiana del famoso cereale minore
Dal panico… il buon pane. Ben si addice il “c’era una volta…” parlando di pane, soprattutto se vogliamo inoltrarci nell’approfondimento dei prodotti da forno “casalingo” di una volta neppure molto lontana dal nostro quotidiano.
Carestie, guerre, difficoltà economiche più o meno conclamate hanno indotto nel corso dei secoli alla ricerca, da parte dell’uomo, di metodi di panificazione alternativa al classico pane quotidiano (che certo non era bianco e raffinato) come noi lo intendiamo oggi. Nel corso della storia dunque la creatività e l’ingegno umano più che mai attivo in tempi di “magro forzato” hanno fatto si che si tentasse la panificazione con ogni sorta di prodotti che potevano trasformarsi in farine.
Pane di mais, di farina di castagne, di patate, di orzo, di farro di miglio e…. di panico.
Su questo voglio soffermarmi, perché mani esperte di maestro fornaio stanno facendo rivivere a Pistoia questo pane dei ricordi (peraltro poco allegri in quanto riconducibili ad una vita grama fatta di sacrifici e rinunce).
Ma nel bagaglio dei ricordi ci sta tutto e per chi ha vissuto certe esperienze questo pane nuovo che rinasce dalla memoria assume una valenza particolare.
E allora è bene saperne un po’ di più sul panico, cereale minore come la saggina, adoperata per fare granate e scope, il miglio mangime per animali ed usato anche per il confezionamento del “pan di miglio”.
Attualmente solo il panico riveste un’importanza notevole per il nutrimento degli uccelli in particolare, seminato a fine maggio - primi di giugno, si raccoglie da fine agosto a fine settembre.
Nel frattempo necessita di concimazione e ripulitura continua da erbe infestanti, oltre che da grande abbondanza di acqua.
Al momento della raccolta viene “ ammazzettato” e messo a seccare al sole.
Tipiche le “pianelle” su cui viene appoggiato per tenerlo esposto al sole con le spighe diritte. Passando per la campagna pistoiese in settembre, si possono ammirare disegni particolari stampati sui muri delle case coloniche.
Ho detto campagna pistoiese perché a Pistoia ed esattamente nei comuni di Quarrata ed Agliana è concentrata la più alta produzione di questo cereale minore.
Grazie alla cooperativa agricola 3P (produttori panico pistoiesi) che ha compiuto 25 anni lo scorso 13 maggio 2006, siamo arrivati alla “nuova” formula per la panificazione con farina di panico.
Dico nuova perché evoluta in relazione all’evoluzione complessiva del gusto collettivo.
Il pane ottenuto da sola farina di panico si presenta infatti eccessivamente duro per i gusti odierni che certo non soffrono né di carestia né di magrezza obbligata.
Le mani esperte di Piero Capecchi fornaio pistoiese hanno compiuto l’opera artistica di evolvere un prodotto della povertà in prodotto particolarmente gustoso, saporito e ricco di proprietà nutritive.
Maria Stefania Bardi Tesi
La Mostarda
Una volta quando la vendemmia era una "festa" e l'uva si pigiava con i piedi; le massaie solitamente usavano fare una salsa che accompagnava per l'intero anno soprattutto le carni bollite, in particolare modo suino, e carni rosse ed al sangue. Del resto l'uso della conservazione dei prodotti stagionali era una pratica annuale, vedi ad esempio la conserva di pomodoro, le marmellate, le verdure sott'olio ecc. Ogni massaia aveva come dire la "sua ricetta" che tramandata da mamma o nonna o suocera, era quella "vera". Così anche per la mostarda non esiste per la Provincia di Pistoia una sola ricetta standard, a parte la base di partenza.
Le varianti sono ricorrenti e devo dire a tutto vantaggio della salsa stessa e soprattutto, di chi incuriosito si vuol cimentare nell'assaggio di alcune che ancora si trovano (in pochi posti per dire il vero) nel pistoiese. Dunque la base dicevo è ovviamente il mosto. Tant'è che il termine mostarda deriva proprio da mosto. E' questa una preparazione già in uso in Toscana in epoca medicea; pare altresì che la famiglia de' Medici ne facesse largo uso. Le ricette più ricorrenti sono due. Nella pianura pistoiese si preparava per lo più con circa due chilogrammi di uva, mezza bianca e mezza nera o tutta bianca (pare che sia migliore e più gentile) da cui estrarre il mosto. Si prendono due chilogrammi di mele renette o cotogne e circa un chilogrammo di pere. Tale frutta una volta ridotta a spicchi sottili si fa bollire in circa 300 grammi di buon vinsanto.
Quando il liquido è tirato si versa l'uva mescolando continuamente, perché non attacchi, quando il composto sarà diventato bello denso si aggiunge circa 40 grammi di senape sciolta in un po’ di vino bianco o vinsanto caldo. A piacere si aggiunge frutta candita (in genere arancia, limone e/o cedro). Si chiude ermeticamente in vasetti di vetro dopo aver spolverato la superficie con della cannella a gusto personale. In Valdinievole e soprattutto nel pesciatino; al mosto si aggiunge una manciatina di cenere, e si lascia riposare per un giorno affinché la cenere scenda si procede come sopra. Altri ancora un po’ qua e là sul territorio fanno la mostarda con metà porzione di mosto e metà di latte. Dicevo all'inizio che non è facile trovare la "nostra mostarda" e se vi capita qualsiasi versione è da provare e poi ad ognuno di voi premiare il meglio della creatività di generazioni, di massaie. C'è poi chi aggiunge alla preparazione (di solo mosto) anche il succo e le scorze a listarelle di un limone.
Maria Stefania Bardi Tesi


