Arte e bellezza danno ali alla vita

Aristotele diceva che "l'opera d'arte esprime ciò che noi siamo in potenza" e l'artista, sommo creatore di un messaggio universale ed eterno, deve tenerne conto muovendo dalla propria realtà, seguendo la propria immaginazione, le proprie emozioni, la propria sensibilità. "L'arte è gioia degli occhi, è stupore, emozione, tumulto del cuore, avventura della fantasia, appagamento dei sensi. In una parola: l'arte è felicità", così si esprimeva Antonio Paolucci, direttore dei musei Vaticani, sul Sole 24 ore nel luglio 2003. E l'arte e la bellezza possono essere anche la miglior terapia per lenire le ansie ed i dolori dell'esistenza, possono offrire un nuovo target per i viaggiatori senior, possono rafforzare gli scambi turistici transnazionali allargando il mondo delle esperienze e della conoscenza.

Nella Galleria Borghese a Roma, da cento anni uno dei musei dello Stato fra i più affascinanti d'Italia, collocato in mezzo ad un vasto e magnifico giardino pubblico, ancora rifulge "la sontuosa dorata bellezza della Roma dei papi e dei principi". Una visita alla villa che fu del cardinale Scipione Borghese è uno dei massimi piaceri che un visitatore attento della città eterna non può e non deve farsi sfuggire. Secondo il soprintendente dei musei romani Claudio Strinati, alla Borghese "non c'è dettaglio che possa essere considerato insignificante". Nelle sale raffinate ed eleganti si ammirano alcuni dei più straordinari capolavori dell'arte universale: la Deposizione di Raffaello, il Bacco malato di Caravaggio, l'Amor sacro e profano di Tiziano, l' Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini, la Circe del Dosso, e la Paolina Bonaparte di Antonio Canova. Alla Borghese, così come nei Musei Vaticani, agli Uffizi o alla Pinacoteca di Brera, alla National Gallery di Londra ed al Metropolitan di New York, un visitatore entra ignaro di cosa sia l'arte ed il patrimonio culturale e ne esce profondamente turbato e sedotto nel suo intimo più profondo perché l'arte e la bellezza gli hanno trasmesso una nuova esaltante e prorompente voglia di vivere e di dare ali alla propria anima. Qui da noi in Toscana si può addirittura parlare di una museo diffuso perché non c'è poggio, borgo o vallata che non conservino gelosamente monasteri dai chiostri affrescati, campanili che sfidano i secoli, case rurali trasformate in agriturismi, castelli che ospitarono i personaggi della storia.

E se da Roma un qualsiasi turista colto o un viaggiatore frettoloso proveniente dal Giappone o dal Quatar, dall'Argentina o dalla Russia giunge a Firenze e percorre gli Uffizi rimane colpito non soltanto dai capolavori di Giotto, di Botticelli, di Leonardo, di Paolo Uccello, ma si accorge che la bellezza dei dipinti si riflette nella bellezza stessa della città, che a sua volta diventa un qualcosa di inscindibile dai capolavori del museo. La Cupola del Brunelleschi, la Torre di Arnolfo, le architetture fatte di marmo e di pietra, i ponti sull'Arno, le verdi ridenti colline che si distendono fino alle antiche mura ed alla luccicante facciata di San Miniato al Monte sono la cornice più armoniosa che una pinacoteca 'modello', che raccoglie opere italiane e straniere dal Duecento all'Ottocento possa avere. E nel suo interno, cuore pulsante della Galleria voluta dai Medici, ecco la Tribuna del Buontalenti, dai colori smaglianti che sono metafore degli elementi: l'azzurro dell'acqua, il rosso del fuoco, il verde della terra e le madreperle che alludono al cielo ed all'aria. La sua pura forma ottagonale dialoga col Battistero, con la Cappella dei Principi, con l'algida Reggia di Pitti. Ecco perché l'arte e la bellezza, a Firenze, ci abitano, ci stanno di casa, e danno a tutti l'impressione che i fiorentini si illuminino loro stessi della stessa bellezza, tanto che sono ritenuti unici e irripetibili nel mondo, così come unici e irripetibili sono i capolavori creati col pennello, col compasso, col martello, col telaio, con la sgorbia, con la fucina e col crogiolo.

In una delle sue più celebri pagine musicali, "Fantasie", Beethoven esalta i doni dell'arte: "Accogliete, anime belle, i bei doni dell'arte". E di doni possiamo davvero parlare quando ci gustiamo la bellezza messa in figura. Basti pensare alla Primavera o alla Nascita di Venere di Botticelli, alle sublimi mistiche Madonne dell'Angelico, a quelle enigmatiche di Giotto, a quelle delicate di Fra Filippo Lippi, a quelle sontuose e dolcissime di Raffaello, all'Eva di Masaccio nella Cacciata dal Paradiso terrestre della Cappella Brancacci.

Il 'bello' esiste in natura: nei colori e nelle forme, nei volti e nelle immagini che poi la fantasia dell'uomo porta al sublime. Ed è da lì che l'artista muove e si commuove dando ali alla sua creatività.

Guardiamo l'Annunciazione di Leonardo agli Uffizi: ecco l'incanto del Dio che si fa uomo nel seno di Maria ed ecco il mondo che rinasce e si plasma di nuova luce. Cantano i fiori nel prato di fronte alla villa ove siede la Vergine, appena sfiorati i dai piedi dell'Angelo. Spirano attorno dolci auree che increspano i lunghi capelli della figura alata ancora palpitante per il volo dal cielo alla terra, mentre la luce si irradia, soave, sul volto della fanciulla colta di sorpresa dall'annuncio. Le sue mani indugiano a voltare le pagine e sembrano voler arrestare il magico momento della nascita della creatura nel suo seno. E' la vita che sboccia e tutto l'universo pare rasserenarsi per la magica presenza di quel Dio invisibile, che si manifesta facendosi uomo. Il volto visto di profilo dell'Angelo si proietta sul volto di ineffabile bellezza dell'adolescente figura che accetta la volontà del Creatore che si fa Sua creatura: "Tu se' colei che l'umana natura /nobilitasti sì che 'l suo fattore /non disdegnò di farsi sua fattura. /Nel ventre tuo si raccese l'amore/per lo cui caldo ne l'etterna pace/ così è germinato questo fiore", Dante, Paradiso XXXIII, vv. 4-9.

Così come la musica, l'arte è comprensibile da ogni essere umano, quale che sia la sua lingua e la sua cultura perché il mondo delle figure veicola idee, esprime concetti, dà immagine a questo o a quel significato. Ma allora, c'è da chiedersi, che cos'è ed a che cosa serve il museo se siamo in pieno 'black out semantico'? Il museo, penso agli Uffizi, ai Musei Vaticani, al Metropolitan, al Louvre o alla National Gallery di Londra, è davvero una grande "biblioteca di figure" che si squaderna di fronte agli occhi dello storico dell'arte e dell'intellettuale, ma nel 99% dei casi di fronte a quelli del cittadino medio che ha una cultura, una formazione, una sensibilità ben diversi l'uno dall'altro. Ed allora ecco la domanda: "Quanti fra i visitatori che affollano un museo sanno dare un senso alle immagini che vedono?" Come può il museo essere "promotore di cultura per tutti" e come è possibile non capire quello che un quadro o una scultura rappresentano? E' vero che l'arte figurativa ha una sua intrinseca capacità di suggestione che esula dalla comprensione dei significati. E' perciò possibile affermare che una donna nuda "bella", la Venere di Botticelli, la Venere di Tiziano, la Venere dei Medici nella Tribuna, tutte le donne belle agli Uffizi hanno una loro particolare avvenenza. Ma è sempre possibile cogliere tutta la loro bellezza artistica senza una qualche mediazione culturale? Quando il capolavoro è sommo ognuno è capace di cogliere il messaggio dell'arte che esalta la bellezza. Diceva Vasari del David di Michelangelo che la scultura "ha tolto il grido a tutte le statue moderne e antiche o greche o latine che si fussero…" E aveva ragione perché, come dice Paolucci, "alto sul piedistallo, di misure imponenti, quasi accecante nell'eburneo splendore di una nudità mai fino ad allora rappresentata in scala così grande e con tanto realismo, il Gigante scolpito da un artista non ancora trentenne era fatto per stupire il mondo".

L'arte, la musica, la poesia hanno uno scopo essenziale, didattico: "educare la gente, trasmettere cultura, rendere più informati, più sensibili e dunque più 'civili". E allora l'arte e la bellezza tornano a dare "ali alla vita", trasmettono nuova energia positiva a tutti coloro che ne beneficiano.

Ricordiamoci, però, che a Firenze dobbiamo rendere perennemente grazie ad una grande donna, una donna 'santa': Anna Maria Ludovica de' Medici, Elettrice Palatina, che fu l'ultima di una dinastia destinata ad estinguersi, lei stessa morta il 18 febbraio del 1743. Col "Patto di Famiglia" legò per sempre a Firenze il patrimonio della corona granducale, i suoi gioielli del Museo degli Argenti, i celeberrimi dipinti degli Uffizi e della Palatina, i codici miniati della Laurenziana, i reliquiari di famiglia, le nature morte delle sue ville. Lei seppe dimostrare che i beni culturali di Firenze sono "la dignità, l'identità e l'orgoglio della Nazione" perché il patrimonio culturale è "come la lingua che parliamo, è carne e sangue del nostro essere italiani". E' da qui che si deve sempre partire e ripartire per formare le nuove generazioni, per incivilire la gente ed anche,in questi anni di crisi economica, per creare vantaggi commerciali e turistici che ci aiutino a salvaguardare il lavoro, la ricchezza e la salute del nostro popolo.

"L'arte, come l'amore, è un volo dell'anima", così esclamò Cosimo I de' Medici rivolgendosi alla sua giovane sposa Eleonora da Toledo quando, alla metà del '500, dette incarico alla manifattura granducale di tessere 20 splendidi arazzi raffiguranti le Storie di Giuseppe Ebreo per la Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze. Per "la straordinaria raffinatezza della loro esecuzione, l'unicità della composizione dei soggetti raffigurati, la singolare vicenda storica che li ha interessati", affidati agli arazzieri fiamminghi Nicholas Karcher e Jan Rost che li elaborarono grazie ai cartoni forniti da Jacopo Pontormo, Agnolo Bronzino e Francesco Salviati, ci riconsegnano intatta (dopo un lungo lavoro di restauro ed un eccezionale riunione dell'intera serie a 150 anni dall'Unità d'Italia nello stesso salone per il quale furono creati) oggi la bellezza del passato, la forza della storia e la sapienza davvero eccezionale del Laboratorio di restauro allestito nel 1986 nella Sala delle Bandiere di Palazzo Vecchio. Come voi sapete i venti grandi capolavori raccontano la storia del "Principe dei Sogni", la figura biblica di Giuseppe ebreo, figlio di Giacobbe, tradito e venduto dai fratelli per gelosia, fatto prigioniero in Egitto, riesce a sfuggire alle avversità ed a raggiungere eminenti posizioni di potere. Ovviamente Cosimo I volle immedesimarsi nella figura di Giuseppe in modo da garantirsi un propria celebrazione coniugando arte, bellezza e politica. Sappiamo bene come la grande arte accompagnò il Principe a coronare poi il suo trionfo a Firenze con le decorazioni all'interno del Palazzo Vecchio, con le committenze di piazza della Signoria ed il nuovo Palazzo delle Magistrature, con il Corridoio che il Vasari gli costruì per collegare gli Uffizi con Palazzo Pitti ed infine con gli affreschi, sempre affidati al Vasari nell'intradosso della Cupola del Brunelleschi in Santa Maria del Fiore.

A Sansepolcro, a Prato, a Monte Oliveto Maggiore, ad Arezzo, ad Assisi, a Siena, ad Urbino, a Padova, a Mantova, in Vaticano, a Pompei, a Piazza Armerina in tutto il nostro paese la bellezza e l'arte sono rifiorite più di una volta grazie ai sapienti interventi di restauro di monumenti colpiti dai traumi del tempo che passa e delle calamità in agguato. Ma è di Pistoia che voglio parlarvi brevemente, oggi assurta a Capitale italiana della Cultura per il 2017.

Nel dicembre dello scorso anno si sono conclusi i lavori di restauro al "fregio robbiano delle Opere di Misericordia" ed ai tondi in terracotta invetriata dello Spedale del Ceppo realizzati da Santi Buglioni e da Giovanni della Robbia. Sui ponteggi che hanno avvolto le facciate dell'antico ospedale è tornata a risplendere la bellezza della ceramica plastica invetriata del '500 e ben 7500 persone, appassionate e curiose, da maggio ad ottobre hanno fatto la fila e si sono avventurati sulle impalcature per vedere da vicino un'opera concepita per essere ammirata dalla piazza. Gli amanti dell'arte e della bellezza, ma anche della tecnica artigianale e del lavoro stesso di ripulitura e restauro, hanno potuto ammirare la creatività degli artefici, gli smalti ritornati luminosi e brillanti, le figure a tutto tondo che sembrano uomini e donne pistoiesi veri di cinquecento anni fa, ritrovando "passione e orgoglio della bellezza di uno dei simboli di Pistoia nel mondo". Lo stesso Vescovo di Pistoia ha colto non soltanto l'altissimo pregio della terracotta rimasta eternamente dello stesso fulgore policromo, ma "la forza espressiva di quelle figure, di quei volti che pare parlino ancora, invitando a prenderci cura gli uni degli altri, in particolare di chi è nel bisogno. Ho avuto la gioia di poter vedere il fregio da vicino, da diverse angolature che la distanza ravvicinata permette ed è stata una esperienza entusiasmante". E l'alto prelato, nell'anno che Papa Francesco ha voluto dedicare al Giubileo della Misericordia, mentre ammirava la composizione di quelle scene ripensava a ciò che esse rappresentano e come, nel passare del tempo e nel mutare della condizione umana, i problemi di un'umanità sofferente continuino a chiederci risposte concrete. "E mi veniva di pensare che la bellezza di quel fregio robbiano non faceva che esprimere, almeno un poco, la bellezza della Misericordia divina e quella che si sprigiona da una solidarietà umana vissuta e realizzata. Una società di fratelli che si soccorrono e che si amano è bellezza che riempie il cuore di gioia. E' bellezza che l'artista intuisce e trasmette all'opera che realizza, come poeta che sente e intuisce l'arcana bellezza nascosta nella materia e nelle vicende dell'anima. La bellezza, anche quella più estetica, racchiude un riflesso di quella somma bellezza che è l'Amore". Mario Carniani

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