Il Vivaismo e il Florovivaismo

Settore trainante dell'economia pistoiese.

 Cosa si intende per florovivaismo, realtà tangibile e importante fattore trainante dell'economia pistoiese? Con il termine florovivaismo si fa riferimento alla definizione  adottata dall'Associazione Internazionale dei Produttori dell'Orticoltura che fa capo all'Istituto di giardinaggio dell'Università di Hannover, secondo cui “nell'attività di florovivaismo si contemplano: produttori di fiori da recidere (vedi nello specifico Pescia) e di fogliame ornamentale; produzioni di piante in vaso per interni, di piante da balcone, di piante da esterno, bulbicoltura, produzione di piante in vivaio comprese le frutticole e forestali".

In Italia il florovivaismo rappresenta il 5% dell'intera produzione agricola nazionale. Per l'ampio assortimento produttivo che va da fiori recisi alle piante da appartamento a quelle da giardino e parchi; da talune produzioni con peculiarità produttive tipo gli agrumi ornamentali in vasi di terracotta; olivi e tutte le piante mediterranee, l'Italia è certamente dal punto di vista commerciale il paese più eterogeneo e interessante.

La Toscana in Italia si pone al 1° posto per la produzione di fiori e piante ornamentali. La nostra regione rappresenta per eterogeneità e qualità dei prodotti un territorio unico, in cui si possono trovare fiori e piante tipiche di tutte le zone del mondo oltre a quelle più strettamente legate al territorio (vedi ad esempio l'olivo). Vera leader per il vivaismo ornamentale che guarda caso ha la sua maggior concentrazione nella pianura pistoiese.

Premesso ciò è importante sapere cosa s'intende per "azienda vivaistica". Essa è un azienda con peculiarità particolari che si colloca rispetto all'azienda agraria "classica", sia per gli obiettivi produttivi che per le particolari combinazioni ed entità di fattori combinati. Per obiettivi produttivi si fa riferimento da una parte a quelli relativi al materiale di produzione destinato a determinate "aziende agricole" (viti-olivicole, frutticole, ecc.) dall'altro alla fornitura dei materiali finiti o di prima fase per attività ornamentale.

Le aziende in questione si organizzano  "per esigenze produttive" su fondi (capitale fondiario) dotati di tutti i manufatti stabilmente investiti sul suolo ed atti alle sequenze produttive e alle tecniche suggerite per determinati scenari. Quindi troveremo ad esempio, piantagioni madri, piantagioni in attesa di maturazione commerciale, ampi spazi all'aria aperta per la sosta delle piante trasportabili e già commercializzate; ampi fabbricati di vari ordine e specie per ospitare o riparare piante in arrivo e partenza.

Eventuali fabbricati atti ad abitazione di possibili salariati e di coltivatori diretti che hanno una azienda a conduzione familiare ecc. Dunque riepilogando potremmo dire che l'azienda florovivaistica è un fondo o capitale fondiario costituito da terreni originari e da opere stabilmente investite. Tale fondo derivato, come ben si capisce in parte da un fattore naturale ed in parte dall'azione dell'uomo determinato da fattori imprenditoriali di rendita o quasi rendita.

Per il decollo economico della produzione aziendale occorre chiaramente oltre alla sinergia dei requisiti sopra citati una valida capacità imprenditoriale. A tal proposito è bene evidenziare che sul piano concettuale fra azienda agraria ed impresa si usa una distinzione (il Serpieri contrappone l'azienda agraria  come unità oggettiva e pertanto costituito dall'insieme dei fattori produttivi disponibili in un certo momento e in una certa zona, all'impresa agraria, unità soggettiva frutto quindi della volontà imprenditoriale; anche se nell'uso corrente del parlato i due termini si contrappongono. Non sempre è stato come oggi lo vediamo il territorio pistoiese, soprattutto la piana, caratterizzata da colture vivaistiche a pieno campo, vasetteria ecc.

Una volta … e non occorre regredire molto nel tempo tale paesaggio appariva assai diverso per colture. Da sempre territorio a vocazione rurale con tipologie produttive tradizionali. Fino alla II guerra mondiale e durante essa le risorse della famiglia contadina erano molto limitate (anche se non per tutti); vi erano alcuni che potevano contare su maggiore sussistenza grazie ai fondi produttivi più consistenti e fortunati o alle integrazioni di compravendita di bovini, latte, fieno ecc.

La vita dei campi era per lo più scandita da ritmi di lavoro dei campi che scaturivano da "tempi di luce" e sì perché si lavorava da "sole a sole" nel senso proprio stretto del termine. I ritmi di lavoro, i pasti quotidiani, il cibo erano assai differenziati dalle stagioni e totalmente diversi da inverno a estate. Allora la stagionalità era rispettata in tutto non solo nelle produzioni ortofrutticole. Per lo svago il tempo era infinitesimale e i giorni di "festa" e nelle grandi festività era d'obbligo partecipare alle funzioni religiose e si poteva eccedere in qualità e quantità nel cibo (l'eccedere aveva comunque un significato assai diverso da quello odierno).

L'istruzione era scarsissima: da molti considerata un perditempo. Come stabilito dai "patti colonici" che regolavano la vita in campagna (per altro la formula di conduzione fondiaria era la mezzadria) l'anno economico iniziava il 1° novembre. Per San Martino c'era la tanto attesa festa liberatoria (non previsto dal calendario canonico). Dobbiamo considerare prima di tutto il fenomeno della nascita del florovivaismo a Pistoia e le novità riguardanti il paesaggio, che iniziò un notevole mutamento fin dal primo XIX secolo con l'affermarsi del "gusto romantico" che suggeriva canoni di lettura diversi rispetto all'uso delle piante ornamentali; a comiciare dai giardini delle numerose ville padronali che avevano iniziato a modificarsi secondo il gusto imposto da questa nuova cultura.

Questa nuova cultura del giardino affermatosi in Europa del nord a metà '800 prese vigore anche in Italia e nella nostra vicina Firenze, dove già esisteva una tradizione. Nacquero orti sperimentali che destarono interesse anche nelle istituzioni pubbliche, le quali cominciarono a creare grandi parchi cittadini. Anche famiglie facoltose acquistarono velocemente questa nuova cultura, le loro dimore s'ingentilivano maggiormente grazie all'arricchimento continuo dei giardini secondo i nuovi gusti e tendenze.

Quando Firenze divenne capitale furono apportate grandi innovazioni e trasformazioni urbanistiche; ampi spazi destinati a verde. Istituzioni tradizionali quali l'Accademia dei Georgofili e la Reale Società dell'Orticoltura iniziarono a dare impulso a nascenti organismi di consulenza tecnica su tipologie colturali e lotta antiparassitaria nei vari territori. Pistoia, ancora chiusa dentro le mura, conteneva nel suo interno numerosi orti e giardini annessi alle dimore padronali ed ai numerosi conventi e monasteri ancora esistenti.

Si trattava di terreni destinati ad un uso prevalentemente orticolo, legati all'approvvigionamento dei bisogni familiari sia delle comunità quanto delle famiglie benestanti che ne potevano disporre. Con l'evoluzione del gusto, la scoperta del giardino esteticamente inteso come arredo e prolungamento dello spazio abitativo, la passione speculare verso la natura, ed anche la moda che proveniva dalla vicina Firenze, indussero alcune facoltose famiglie a fare di questi terreni cittadini un uso diverso introducendo l'arte del giardinaggio ed affidando a persone esperte la cura e la coltivazione di essi.

Fu proprio uno di questi, tale Antonio Bartolini, l'uomo a cui si deve attribuire la nascita del vivaismo a Pistoia; persona modesta, giardiniere di due facoltose famiglie pistoiesi dei Bozzi e dei Bracciolini, animato da una passione smodata verso l'arte del giardinaggio e desideroso di apprendere il più possibile nozioni e tecniche sulle sementi e sulle piante, fece di tutto per entrare in contato con altri giardinieri delle ville del Circondario e, soprattutto introdursi a Firenze dove le tecniche di coltivazione potevano sfruttare la ricerca scientifica.

Con l'esperienza acquisita, il primo orticoltore pistoiese si mise in proprio su un piccolo appezzamento di terreno preso in affitto con l'aiuto del padre; nacque il primo vivaio pistoiese che ben presto si trovò a fare i conti con la costruenda ferrovia dell'Italia Centrale (porrettana) che doveva passare proprio sul piccolo vivaio. Ma tale attività poté continuare grazie all'aiuto dell'ingegnere della ferrovia stessa, il francese Mellon, botanico e sensibile alla cultura florovivaistica del suo paese, che riuscì a trovare altri terreni da coltivare. 

Gli affari, anche per l'accorta commercializzazione, prosperarono e indussero altri a proseguire l'esempio che trovò, sempre negli orti della città, la possibilità di espandersi. I coltivatori diretti, i piccoli e grandi proprietari del Circondario, che avevano a disposizione terreni e capitali, non ritennero, o non vollero, avventurarsi in questa nuova attività. Il fenomeno fu dunque esclusivamente cittadino. Il diffondersi lento fra i giardinieri pistoiesi della coltura delle piante si incontrò con il bisogno crescente che le trasformazioni fiorentine dei viali e dei parchi avevano di piante da mettere a dimora.

La nuova attività rimase marginale fino alla mostra della Federazione Orticola Italiana di Roma del 1886, dove i fratelli Bartolini, subentrati al padre deceduto, ricevettero il riconoscimento di una medaglia d'argento. Fu questa una svolta determinante per il vivaismo; un interesse nuovo, un'attenzione più marcata, convinsero diversi piccoli imprenditori a dedicarsi a questa nuova attività.

Si moltiplicarono le mostre nel Circondario pistoiese e la partecipazione a quelle organizzate fuori; alla mostra del Circondario del 1886 si iscrissero sedici concorrenti ed alla fine dell'Ottocento le ditte e gli stabilimenti di orticoltura in Pistoia erano più di quindici e già comparivano i nomi di imprese più qualificate come i pionieri Fratelli Bartolini, Martino Bianchi, Fedi, Capecchi, Bianco Bianchi.

La consacrazione del vivaismo pistoiese si ebbe nel 1899, con una mostra organizzata a Pistoia per onorare il centenario della nascita di Niccolò Puccini

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